Psicologa per mobbing e disagio lavorativo

Sono la Dottoressa Eleonora Picoco, psicologa e specializzanda in psicoterapia, e in questa pagina vi parlerò dei problemi legati al mondo del lavoro e in particolare del mobbing. Troverete l’analisi dei fenomeni, il mio approccio teorico e la possibilità di prenotare una visita nel mio studio a Tricase (Lecce) o a Brindisi. Se siete interessati ai rischi delle help profession, vi consiglio invece la mia pagina dedicata al burnout.

In linea con i miei studi universitari, mi sono spesso confrontata con situazioni attinenti alla psicologia del lavoro nelle quali ho applicato il mio approccio psicodinamico socio-costruttivista. Secondo il mio modello teorico, esiste una stretta interconnessione tra mente e contesto: gli attori impegnati in un’attività “costruiscono” emozionalmente gli elementi – per esempio le regole, gli scopi e i dispositivi organizzativi – con i quali si rapportano e tendono a tradurre in agito tali simbolizzazioni affettive.

Il modo in cui viene dato senso agli eventi, a ciò che si fa, vale a dire il modo in cui si dà significato all’esperienza, assume, pertanto, un ruolo centrale.

Mobbing: come si manifesta

In un contesto lavorativo competitivo ed esigente, dove non sempre vincono la meritocrazia, l’impegno e la competenza, può capitare che proprio la persona più capace, intelligente e produttiva sia oggetto, per motivi diversi, di vessazioni, minacce e ingiustizie, da parte dei colleghi (mobbing orizzontale) o del datore di lavoro (mobbing verticale).

Nel caso del mobbing orizzontale, può capitare che la persona oggetto di mobbing si dimostri più accogliente, pronta e disponibile dei colleghi ad accogliere le esigenze dell’azienda, facendo straordinari, spostandosi in sedi diverse e cercando di non creare problemi al datore di lavoro: questo atteggiamento può scatenare le invidie o le gelosie dei colleghi che iniziano a mettere in giro voci poco gradevoli sul suo conto, a fare illazioni frequenti e continue con l’intenzione di colpire la vittima designata.

Mobbing verticale

La seconda forma di mobbing è più subdola, nascosta e ai limiti della legalità.

Il datore di lavoro non compie alcun gesto o azione pubblica nei confronti del dipendente, sapendo bene che non può allontanarlo o negare i suoi diritti.

Tra le azioni vessatorie più comuni Leyman, psicologo del lavoro a cui faccio riferimento, ha individuato e descritto cinque categorie precise in cui compaiono:

  • attacchi alla possibilità di comunicare, caratterizzati da minacce verbali e scritte anonime preparate per colpire la persona nella sua dignità
  • attacchi alle relazioni sociali: gradualmente non si rivolge più la parola al dipendente, facendo finta che non esista, ignorandolo come persona prima ancora che come lavoratore
  • attacchi all’immagine sociale, ridicolizzando il dipendente dal punto di vista professionale, deridendo il suo operato e denigrandolo in ogni occasione
  • attacchi alla mansione contrattuale che consistono nell’evitare di dare incarichi importanti alla vittima, assegnandole compiti di poca importanza ed escludendola dagli obiettivi della società
  • attacchi alla salute in cui vengono imposti lavori sempre più gravosi, lunghe trasferte e spostamenti che danneggiano la salute della vittima designata.

L’obiettivo finale è costringere la persona ad allontanarsi dal posto di lavoro, auto-licenziandosi, perdendo la sicurezza di avere una base di riferimento pur di sfuggire alle vessazioni dei colleghi e del datore di lavoro.

E la vittima del mobbing?

Per chi è oggetto di mobbing, la difficoltà maggiore, dalla quale deriva il sentimento di impotenza e isolamento progressivo, è quella di essere sempre in contatto con il persecutore, giorno dopo giorno e per la maggior parte del tempo dedicato al lavoro.

Le violenze psicologiche si evidenziano in diversi modi e dipendono da fattori interni ed esterni al soggetto quali il clima organizzativo, la scarsa collaborazione con i colleghi, sentimenti di inefficacia e di inadeguatezza, l’impossibilità di parlare con una persona di fiducia, cioè quelle situazioni che invece, se disponibili, possono ridurre l’ansia, gli attacchi di panico, il senso di frustrazione e inutilità connessi a questa situazione.

La persona può reagire chiudendosi ancora di più, evitando qualsiasi contatto con l’esterno e concentrandosi con tutte le forze rimaste sul suo lavoro. Tutto ciò a discapito della salute psicofisica: il disagio può manifestarsi sotto forma di disturbi nevrotici e fisici come paranoia (tutto quello che gli altri dicono o fanno è vissuto come un attacco nei propri confronti anche quando non è così), irritabilità e suscettibilità che porta la vittima a non tollerare più nulla, cambiamento repentino dell’umore che si manifesta in scoppi di pianto o di rabbia improvvisi, disturbi alimentari come anoressia e bulimia nervosa con cui la vittima si punisce per l’incapacità di reagire e di comunicare con gli altri.

Il deterioramento lungo e costante provoca nella vittima senso di fallimento, impotenza e inutilità che determina uno stato di apatia e mancanza di iniziativa che si ripercuote negativamente sulla qualità del lavoro, producendo un circolo vizioso di rimproveri per il suo operato.

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